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Un sinonimo di coraggio: Paolo Borsellino

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E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.

Uno dei magistrati più importanti del pool antimafia.

Un simbolo della lotta a “cosa nostra“, che ha combattuto per anni prima di essere ucciso insieme alla sua scorta in un attentato, nel ’92, a Palermo.

Insieme all’amico e collega Giovanni Falcone, anch’egli ucciso dalla mafia pochi mesi prima, è considerato una delle figure di spicco della guerra alla criminalità organizzata in Sicilia.

La sua morte, anche a distanza di anni, è ancora avvolta da misteri, come la sparizione della sua famosa agenda rossa e i numerosi depistaggi, come dimostrato dai processi.

Le grandi lezioni di Paolo Borsellino

Come simbolo della lotta contro la mafia, la tragica fine di Borsellino ha ispirato molti autori e organi d’informazione allo scopo di mantenere viva la memoria del suo impegno straordinario.

Per dare la misura di quella che è la sua figura, ho estratto alcuni passi dal libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò” scritto da Agnese Borsellino con il giornalista Salvo Palazzolo, che con estrema forza ed emotività, mettono in luce la statura di questo grande uomo.

Sull’Umanità

Paolo mi parlò del suo lavoro di pretore di Mazara del Vallo…
Mi raccontò anche dei tanti personaggi strani che aveva incontrato nella sua carriera di giudice…criminali incalliti…rapinatori spregiudicati, truffatori…
Paolo era capace di trovare in ognuno di loro un tratto di umanità.
E me lo descriveva come se fosse la cosa più naturale di questa terra…
Non nascondo che inizialmente quei racconti mi scandalizzavano un pò: forse quel giorno la figlia del magistrato integerrimo non capì proprio la grandezza delle parole di quell’uomo così sensibile…

Sulla Sete di Giustizia

…dietro quella bomba esplosa…non c’è solo la mafia…i depistaggi nelle indagini, l’omertà della stampa, lo sciacallaggio attorno alla figura di Paolo Borsellino, le trappole, le malignità…
Persino Lucia mi ha detto: “Ero pronta alla morte di mio padre, ma non a quello che è accaduto dopo”.
Non è più solo un percorso di sofferenza, è ormai anche un sentimento civile di resistenza, che vuole cercare a tutti i costi le ragioni di quanto è accaduto.
Ecco perché non siamo mai andati via da Palermo.
Paolo fece la stessa scelta, per amore…

Sul rapporto con Palermo

…gli amici, o presunti tali…quasi ci allontanavano, come se fossimo stati portatori di chissà quale male contagioso…Avevamo la malattia della verità e della giustizia.
Non abbiamo mai smesso di averla, perché non ci siamo mai rassegnati a questa Palermo.

Sul rispetto e sulla comprensione della persona

…A differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto il mafioso.
Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: “Voi siete come me, avete un’anima, come ce l’ho io.
E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti”.
Loro gli rispondevano: “Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie”.
E lui insisteva: “ No, anche voi avete i sentimenti, solo che non sapete di possederli.
Allora, è venuto il momento di tirarli fuori”. Mi chiedo quale sia oggi il mgistrato che interroga in questo in questo modo.

Sull’amicizia con Giovanni Falcone

…Giovanni Falcone è andato al Ministero di Grazie e Giustizia non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa.

Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa…quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni…perché Giovanni Falconi era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo dal diventare il Direttore Nazionale Antimafia.

Sull’importanza di recuperare i minori a rischio

Paolo si rendeva conto che sarebbe stato importantissimo riuscire a portare dalla parte dello stato e della società civile i giovani che rischiavano di cadere nelle grinfie della mafia…
Ecco perché vorrei rivolgere un appello ai figli dei mafiosi… Io voglio invitarli a ritornare persone normali, perché altrimenti moriranno con l’angoscia, magari di essere uccisi…

…è un messaggio per i figli ma anche per le donne di mafia…
Oggi è più facile di ieri, perché la strada è stata già tracciata da tanti coraggiosi figli che hanno rotto con i ricatti dei padri…

Sull’amarezza del suo destino

Due giorni prima di morire Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare…non c’erano sorrisi sul volto…solo tanta amarezza.
Mi disse: “ Per me è finita”…”Agnese, non facciamo programmi. Viviamo alla giornata”.
Mi disse soprattutto che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, la mafia che non gli faceva paura, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi e altri a permettere che cià accadesse…si confessò pochi giorni prima.

Perché ho un quadro di Borsellino e Falcone appeso alla  parete del mio Studio

Per il suo coraggio di vedere: è stato il primo a capire che la mafia si spostava verso nord e l’unico a parlarne.

Per il suo coraggio di parlare: in una delle sue ultime interviste, disse che la mafia al nord avrebbe avuto i vestiti della corruzione e del riciclaggio e noi, 20 anni dopo, questa cosa facciamo ancora fatica a capirla.

Però ha sfondato questo muro.

Per il suo coraggio di credere sempre nelle proprie idee: è stato il primo a raccontare di quanto la battaglia dell’antimafia dovesse essere una battaglia che non fosse riservata solo alle aule giudiziarie o agli ambienti investigativi.

Penso che quella sia stata una delle illuminazioni più importanti e in fondo anche il grido di allarme più doloroso.

Probabilmente oggi Borsellino sarebbe felice di vedere che ci sono delle generazioni che sull’argomento criminalità organizzata sono educate e quindi non ne vengono a conoscenza solo per paura o per emergenza.

C’è un’ondata generazionale che invece ha deciso di parlarne e di preoccuparsi di questo tema.

Ha lasciato sul volto della nostra generazione un sorriso rivolto al futuro.

Un sorriso che vuol dire: “Noi non ci rassegneremo”.

Al tuo coraggio!